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ULIVO | Silvia Falcione

Dalla domenica delle Palme fino a Pasqua c’è una pianta che ci accompagna, l’ulivo. Come mai? Lo dicono i Vangeli.

Ma cosa dicono davvero i Vangeli? Me li sono riletti per curiosità. Quando Gesù entra per l’ultima volta a Gerusalemme prima della Passione trova una folla esultante ad accoglierlo. Stendono i
mantelli e tagliano i rami dagli alberi scrive Matteo senza precisare quale albero. Marco parla di fronde tagliate dai campi. Luca dice che Gesù e i discepoli scendevano dal monte degli ulivi.

Giovanni dice che la folla prese dei rami di palme. Nessuno cita i rami di ulivo. Allora perché noi abbiamo questa tradizione dei rami d’ulivo? Forse anche per associazione con il monte degli ulivi, luogo frequentato da Gesù con i discepoli. Ho comunque provato a fare una breve ricerca su questa pianta che ha una storia millenaria e un profondo significato culturale, è molto più di una semplice pianta.

Simbolo di pace e prosperità, l’ulivo ha affascinato civiltà antiche e moderne, influenzando la vita di molte popolazioni. Il suo ruolo va ben oltre la semplice produzione di olive e olio; rappresenta un legame tra passato e presente, un simbolo di continuità e tradizione.

L’ulivo è una delle piante più antiche coltivate dall’uomo. Le sue origini risalgono a oltre 6000 anni fa nella regione del Mediterraneo orientale.  Questa regione, ha offerto il terreno ideale per la crescita e la diffusione dell’ulivo. Da lì, si è diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, diventando una coltura fondamentale per molte civiltà.

Nel corso dei secoli, l’albero di ulivo si è adattato a diversi climi, diffondendosi in paesi come Italia, Grecia, e Nord Africa. L’ulivo si è diffuso grazie alle rotte commerciali e alle conquiste militari. Inoltre, la capacità dell’ulivo di sopravvivere in condizioni difficili ha reso la sua coltivazione attraente per molte società. Questa diffusione ha permesso all’ulivo di diventare un elemento centrale nella cultura di molte nazioni, influenzando anche le loro tradizioni.

Nella Bibbia, l’ulivo è menzionato più volte come simbolo di pace e riconciliazione. La colomba con un ramoscello di ulivo nel becco rappresenta il segno della fine del diluvio universale.   Questo simbolismo di pace ha attraversato i secoli, influenzando la percezione dell’ulivo in molte culture. Inoltre, l’olio d’oliva, estratto dai frutti dell’ulivo, si usava per scopi sacri in molte religioni. Questo utilizzo sacro sottolinea il rispetto e la venerazione che l’ulivo ha suscitato nel corso della storia.

L’ulivo è universalmente riconosciuto come simbolo di pace, speranza e prosperità. Il suo significato simbolico è radicato nella sua resistenza e longevità, poiché l’ulivo può vivere per centinaia di anni. Questa capacità di sopravvivenza ha fatto dell’ulivo un simbolo di stabilità e continuità.

La pianta di ulivo è anche simbolo di rinascita, grazie alla sua capacità di rigenerarsi anche dopo essere stata danneggiata. Questa resilienza ha ispirato molte culture a considerare l’ulivo come simbolo di forza e perseveranza. L’ulivo simboleggia anche l’unità e la cooperazione.

Ecco il profondo significato che ha assunto nel tempo un semplice ramo d’ulivo. Mi piace pensare che Gesù conoscesse il suo significato e perciò abbia scelto il giardino degli ulivi.

Mi piace esserne consapevole quando porterò a casa il ramo d’ulivo benedetto della festa delle Palme.

GUARDARE OLTRE – don Emilio Zeni

Non bastano i programmi a lungo termine e neppure le intuizioni sul rapido evolversi dei costumi. L’oltre Cristiano supera gli orizzonti umani inoltrandosi nel mistero rivelato dall’eternità.

Immersi nella storia che ci Trascina con le sue infinite ombre e luci, il nostro sguardo, troppo sovente, punta solo sull’immediato, tirandosi dietro anche l’anima. È l’antico “carpe diem” – cogli il momento che fugge – che si impadronisce dei nostri desideri è detta le leggi dell’operare.

Eppure tutto il messaggio evangelico è impostato su questo mirabile guardare oltre il tempo che inghiotte i giorni con la lunga sequenza di esperienze più o meno felici della vita.

Gesù lo insegnò ai suoi discepoli con un gesto di infinita tenerezza: sul Tabor della Trasfigurazione aprì loro una luminosa finestra perché imparassero a vedere oltre le tenebre della imminente tragedia della Croce che li avrebbe sconvolti. Fu un momento di paradiso che entusiasmo Pietro a tal punto da fargli dire cose un tantino insensate. Per poco, poi la ridiscesa al piano li avrebbe ricondotti alle realtà umane del Getsemani e del Golgota.

La Pasqua di Risurrezione è l’annuncio più splendido che Dio volle fare all’umanità che ama: un traguardo di luce in cima alla salita, per quanto faticosa, la gioia inesprimibile di una vittoria assoluta non solo sul peccato e sulla morte, ma pure sulle tante illusioni terrene rivestite di felicità nelle quali si rifugiano anche non pochi credenti, consumandovi la vita. È l’avverarsi della Promessa.

Quando non si guarda oltre, la vita può trasformarsi in una angoscia latente anche per chi, in possesso di beni e di successo, s’impingua di cose che passano, rimuovendo a fatica, con nuove e mai sufficienti distrazioni, l’idea del tempo in cui tutto finirà. Una cupa rassegnazione per altri, nel tormento delle privazioni e della sofferenza, della morte, del mistero, del nulla: tenebra assoluta in muta solitudine.

Guardare oltre le vicende belle o tristi, è proprio del vero discepolo di Cristo. È l’alba luminosa della Pasqua che ne illumina la vita, ne allarga l’anima, spalanca le porte alla speranza e, con essa, all’amore operoso per chi, in maniera diversa, si fa compagno del suo cammino.

Lo dicono i santi e lo sussurrano i nostri “vecchi”, debilitati dall’età e dalle fatiche, ma abituati a guardare oltre, lo ripetiamo noi che ne abbiamo ascoltato i preziosi insegnamenti: “Un pezzo di paradiso aggiusta tutto”, sul ritmo del canto del salmista: “Signore, il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto”.

Oggi più di ieri l’uomo, afferrato da una presunta onnipotenza tecnologica, ha bisogno di “allenarsi” a spingere oltre lo sguardo, nella luce della fede, per riappropriarsi della più grande promessa divina: la Risurrezione che dà senso non solo alla appartenenza a Cristo, ma diviene inesauribile energia per affrontare, senza inutili contorsioni, l’avventura della vita che, qualunque essa sia, ha un immenso valore proprio per questa sua vocazione all’eternità, da risorti con Cristo, il primo dei risorti.

Guardare oltre, dunque, per scorgere le cose grandi che ci attendono e ridimensionare, al confronto, le piccole cose che riempiono i nostri giorni e rapidamente passano: è il nostro augurio di buona Pasqua agli affezionati lettori.