Non c’è pace senza perdono – don Emilio Zeni

(Dal messaggio di Giovanni Paolo II per la giornata della pace)

I terribili fatti di sangue di questi ultimi tempi mi hanno stimolato a riprendere una riflessione che sovente sgorga dal profondo del cuore: Qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato?  la mia convinzione è che i pilastri della vera pace Sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono.

Ma come parlare oggi, di giustizia e insieme di perdono? La mia risposta è che si può e si deve parlarne: il perdono si oppone alla vendetta, non alla giustizia!

La vera pace è frutto della giustizia. Ma poiché la giustizia umana è imperfetta, esposta agli egoismi essa va esercitata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati…

Il terrorismo internazionale nasce dall’odio e crea violenza in una tragica spirale che coinvolge anche le nuove generazioni, le quali ereditano così l’odio che ha diviso quelle precedenti…

Esiste un diritto a difendersi dal terrorismo, ma la lotta alle attività terroristiche deve comportare anche un impegno sul piano politico, diplomatico ed economico per risolvere con coraggio situazioni di oppressione e di emarginazione troppo a lungo tollerate e che provocano la violenza terroristica.

Ma le ingiustizie esistenti non possono mai essere usate come scusa per giustificare gli atti terroristici…

È profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio. Il Dio che ci crea e ci redime è un Dio di misericordia e di perdono…

Ma cosa significa, in concreto, perdonare?  Il perdono ha la sua sede nel cuore di ciascuno, prima di essere un fatto sociale. Solo nella misura in cui si afferma una cultura del perdono si può anche sperare in una “politica del perdono”. Il perdono è una scelta personale che va contro l’istinto spontaneo di ripagare il male con il male. Ha il suo modello supremo nel perdono di Cristo che sulla croce ha pregato: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Il perdono mancato, quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli… Le risorse vengono impiegate per​ sostenere le guerre… Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare…

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: lo voglio annunciare a credenti e non credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, a quanti detengono le sorti delle comunità umane… Non mi stancherò mai di ripeterlo a quanti coltivano dentro di sé odio, desiderio di vendetta, bramosia di distruzione…

LA MIA SCUOLA AMA LA TERRA – Silvia Falcione

“Prof. Ma noi cosa facciamo per l’ambiente?”
Il PROGETTO GAIA ragazzi. Per diffondere la sensibilità e una corretta informazione sul tema ambientale, da lunedì 7 a mercoledì 9 febbraio nella mia scuola IIS CURIE VITTORINI di Grugliasco si è tenuta una tre giorni completamente dedicata alla educazione ambientale, il progetto GAIA, il programma è nel volantino nella foto.​ Il progetto è rivolto alle classi quarte e quinte. Si tratta del quarto anno in cui riproponiamo il progetto, ideato e costruito da un gruppo di docenti particolarmente sensibili ai problemi ambientali.
Partendo dal problema del riscaldamento globale gli studenti hanno affrontato le cause dello scioglimento dei ghiacci, il processo alla Eternit, i cambiamenti climatici,​ il rapporto uomo natura,​ ma anche processi positivi come l’economia circolare e l’economia del benessere o la cittadinanza vegetale. I relatori erano i docenti del gruppo GAIA, più alcune partecipazioni esterne di docenti in pensione tornati per l’occasione e quella di Fra Beppe Giunti francescano, ospite ormai affezionato, presente dalla prima edizione, che quest’anno ha offerto agli studenti una lettura di Querida Amazonia.
Un grazie speciale a Fra Beppe e a tutti i docenti organizzatori che hanno impiegato molto tempo e passione “fuori orario” per realizzare questo splendido e necessario progetto, unico nel suo genere da quanto ci risulta, di cui mi pregio di far parte, molto gradito ai nostri studenti.
Questa per me è la buona scuola e spero si diffonda sempre più.

Perché la vostra gioia sia perfetta – don Emilio Zeni

Che ci sia tanta gioia in giro non pare proprio! Evasioni trasgressive, sì, divertimenti, stravaganze e quant’altro, pure nell’illusorio tentativo di dimenticare il fastidio di un quotidiano sempre meno solare.

Ma gioia poca! Essa non è in vendita. Quando c’è, si radica nel profondo di noi e si manifesta negli atteggiamenti usuali come un naturale modo di essere.
A farci questa promessa e Gesù stesso. “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia anche la vostra è la vostra gioia sia perfetta“.

Sembrerebbe, dunque, che l’assenza di gioia sia dovuta alla carenza di Parola di Dio. Forse non si è colto quanto Lui ci ha detto.

Chi ha un po’ di confidenza con il Vangelo, sa bene che le esigenze di Gesù non sono una buona propaganda, almeno secondo criteri talvolta miopi del nostro agire che rispondono soltanto a immediate ed egoistiche richieste.

Gesù pone sotto gli occhi dei suoi discepoli che seguire Lui vuol dire accettare la croce, rifiutare l’odio, spingersi fino al perdono, guardarsi dall’ansia della ricchezza, disposi a perdere la vita per Lui, per ritrovarla rinnovata. Una vita impegnativa, che richiede tutto per avere in cambio che cosa?
Già, che cosa? Se la nostra fede in Lui si dovesse fermare qui, si ridurrebbe a una specie di codice di marcia, non eccessivamente piacevole, anche se indubbiamente costruttivo.

Ma la cosa straordinaria che ci ha detto perché la sua gioia sia anche nostra e sia perfetta, supera i consueti criteri del mondo.

Egli ci ha rivelato (da soli non ci saremmo mai arrivati) che Dio è Padre, che ci ama incondizionatamente, che ci vuole sempre per sé, che se stiamo dalla sua parte e ci fidiamo di Lui siamo come i tralci uniti alla vite, se occorre disposti alla potatura, ma vivi, carichi di buon frutto.

Fortemente inseriti in Dio, come il tralcio alla vite, non ci spaventa, allora, più niente, perché siamo al sicuro: non è gioia vera e profondo gusto della vita, infatti, se non resisti al logorio del tempo e alle aggressioni della storia.

L’autore sacro canta nel Salmo: “Anche se camminassi per una valle oscura, non temerei alcun male perché tu sei con me“, e altrove, con tenerezza nelle mani di Dio mi sento “come un bimbo svezzato in braccio a sua madre“. È la gioia appagata.

Se i tempi sono tristi come si dice, se pare che il mondo stia navigando in una palude, se le persecuzioni ci fanno sentire l’umiliazione di una ingiusta emarginazione, perché cristiani, se la fatica del vivere smorza la luce sul futuro… non temiamo perché Lui è con noi, radicati nel suo amore, attivi e forti nell’amore ai fratelli.

Neppure gli attacchi alla Chiesa di Cristo o le macroscopiche falsità che girano nelle librerie o nelle sale possono turbarci. Gli autori faranno un cumulo di soldi che “il tempo la tignola consumano inesorabilmente”.

Ma a noi rimane la gioia di essere amati da Dio, oggi e oltre il tempo, per sempre. È la promessa del Signore: “La mia gioia non vi sarà tolta“.

E questo ci basta.

LA MEMORIA – Silvia Falcione

Quest’anno con i miei studenti non abbiamo visto film o filmati il 27 gennaio. Le immagini della Shoah le conosciamo tutti troppo bene. Abbiamo esplorato un altro modo di fare memoria. La memoria diffusa delle pietre d’inciampo. Qualcuno le conosceva. La maggior parte no.

Le pietre d’inciampo (in tedesco Stolpersteine) sono un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’iniziativa, attuata in diversi paesi europei, consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, dei blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore.

L’iniziativa è partita a Colonia nel 1992 e ha portato, a inizio 2019, all’installazione di oltre 71 000 “pietre”. La cinquantamillesima pietra è stata posata a Torino. Sono i sampietrini del pavè.

Il museo diffuso della resistenza ha creato una mappa delle pietre d’inciampo posate a Torino che sono più di 90. La mappa interattiva si trova sul sito del museo e contiene anche tutte le biografie dei deportati. Ho lasciato scegliere agli studenti.

Prof. Ma questa bambina aveva solo 8 anni.
Prof. Questo ragazzino l’hanno classificato oppositore politico a 15 anni?
Prof. Qui hanno preso una intera famiglia?
Prof. Ma quanti Levi c’erano a Torino?
Non trovo la pietra di Primo Levi.
INFATTI LA SUA PIETRA PARE che non ci sia e non abbiamo capito perché.
Prof. Ma non hanno deportato solo ebrei. Questo era un operaio che aveva fatto sciopero.
Si ragazzi durante gli scioperi del ’44 molti furono arrestati.
Prof. Questo è un partigiano.
Anche questo.
Ma ci sono tanti bambini!!!
Prof. C’è una pietra anche davanti a casa di mia nonna! Devo andare a vedere.

Poi suona la campanella.

Abbiamo fatto memoria. Forse molto più di quanto pensavo. Tutti escono, ma una ragazzina si ferma. Prof. Ne ho trovato uno della mia famiglia. Ha il mio cognome e ha il nome di mio zio. La casa è la stessa. Non lo sapevo. Nessuno me lo ha mai detto. Vado a casa e chiedo.

A volte la memoria è traumatica e viene rimossa. Ma non si può nascondere troppo a lungo. Ricordiamocene. Shalom.

PER IL NUOVO ANNO – Silvia Falcione

A tutti i giovani che pensano che la nostra, la mia generazione sia quella che ha distrutto il pianeta. Scusate non ce la faccio. Non tutta la mia generazione (ho 62 anni). La mia generazione è anche quella che ha fondato Green Peace, il WWF, Legambiente. È quella che salvato i panda, tigri, elefanti, koala e molte altre specie dall’estinzione. La mia generazione è quella di Amnesty International e della lotta per i Diritti di tutti, dei diversi, dei poveri, delle donne, dei bambini. La mia Generazione è quella che ha inventato la cooperazione internazionale. Che ha fondato e finanziato Medici senza frontiere ed Emergency e che continua a farlo. La mia generazione è quella che per prima ha provato il precariato negli anni 80, prima di trovare un lavoro vero. È quella che ha superato tre crisi economiche internazionali non senza conseguenze. La mia generazione è quella che ha inventato la raccolta differenziata, i pannelli solari e i fotovoltaici, le pale eoliche e le energie pulite, anche se all’inizio nessuno ci credeva. La mia generazione è quella del referendum contro il nucleare. È quella di Comiso, no alle testate nucleari. È quella di Seattle, no alla globalizzazione sfrenata e senza regole. È quella che ha difeso l’acqua contro le privatizzazioni perché è un bene di tutti. È quella del commercio equo, dei gruppi di acquisto solidali, della spesa a km 0 dell’agricoltura biologica. È quella dell’educazione alla pace, allo sviluppo, all’ambiente, alla sostenibilità, alla mondialità, alla cittadinanza globale. Molto di più dell’educazione civica. Mi fermo qua.

Ragazzi noi ci abbiamo provato. Almeno ci abbiamo provato. Adesso tocca a voi. Auguri. Buon anno. Che sia un anno di impegno su tutti i fronti.

Buona fortuna.

La prof.

OGGI – don Emilio Zeni

Il passato non ci appartiene più, il futuro non sappiamo se ci sarà. Tra le mani abbiamo l’inestimabile dono del presente.

Pare che da sempre l’uomo si sia spinto più facilmente a sognare quello che ancora non ha, o a sostare in contemplazione, triste o esaltata, di quello che fu. E in questo gioco tra ieri e domani non si accorge che gli scivola via l’oggi che è l’unico bene che realmente possiede.

Da bambini ci raccontavano la storiella dello studente sognatore che, ricurvo sul libro, sognava il suo futuro, grande e prestigioso: presidente di stato, generale d’armata, forse papa: già, papa, ma che nome avrebbe potuto prendere?  Fu la solita, sincera vocina a dirgli che l’unico nome a lui adatto poteva essere “Sciocco!”.

Già nel libro sacro del Qohelet si legge che “fantasticare è inutile, come andare a caccia di vento” e in Siracide, più crudamente si afferma che “illusione e fantasia danno sicurezza solo agli stupidi “.

Certo, il passato condizione in qualche modo il presente: il successo o l’insuccesso di ieri possono determinare l’umore di oggi e, alla stessa maniera, l’oggi condizionerà il nostro domani che entrerà prepotentemente nei nostri pensieri fino a trasformarsi in ansia. Sono i tranelli da cui l’uomo deve guardarsi, perché la sua anima possa essere libera di esprimere il meglio di sé, assaporare la vita così come essa si presenta, contemplare ciò che le passa davanti e ne provoca le emozioni, sentirsi creatura a immagine di Dio, il quale, mentre crea –  come leggiamo nel libro della Genesi –  guarda con stupore quanto esce dalle sue mani onnipotenti: “… e vide che era cosa buona…  e fu mattina e fu sera…“.

Trasformare la vita ricca di giorni inseguiti dalle sequenze, non sempre limpide, del passato o del futuro, in giorni gustati o sofferti, ma vissuti in piena coscienza come di un talento da fare fruttare, è l’impegno dei saggi, la grandezza dei santi, segno di un abbandono totale nelle braccia del Signore.

Nel Vangelo Gesù è esplicito, persino con un tocco di poesia: ”Non preoccupatevi del domani, di cosa vi vestirete e cosa mangerete… guardate i fiori dei campi o gli uccelli del cielo: non filano e non mietono…” e il Padre,  infatti,  che pensa a vestirli e a nutrirli… Che dire di noi,  ben più che semplici creature,  ma “figli”?  E ci insegna a chiedergli il pane per “oggi”, ogni giorno così gustando il pane quotidiano senza appesantirci con l’ansia del pane di poi.

Un atteggiamento sereno e responsabile che non chiude la finestra sul passato o sul futuro, ma aiuta a guardare come un dono irripetibile il giorno illuminato dal sole, irrorato dalle piogge o, talvolta, turbato dal temporale, ma vissuto da svegli. E domani, se ci sarà, non ci si dovrà abbandonare a quella penosa nostalgica tristezza con cui il poeta Giacomo Leopardi prevedeva i pensieri del suo domani: ” Hai, pentirommi e spesso, ma sconsolato volgerommi indietro“.

Mi piace piuttosto, poter pregare alla sera di ogni giorno come ci avevano insegnato i nostri vecchi: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato fatto cristiano e conservato in questo giorno… perdonami il male che oggi ho commesso e se qualche bene ho compiuto accettalo…”  E senza ansie, affidargli la notte per essere nuovamente disponibile, se lo vorrà, a continuare con Lui, passo dopo passo, il mio cammino.  Domani è un altro giorno.

Natale Dio-con-noi – don Emilio Zeni

Siamo tutti convinti che la venuta di Cristo segna l’era nuova, come uno spartiacque fra il tempo della Promessa (Antico Testamento) e il tempo della Redenzione realizzata (era Cristiana). Anche la collocazione della solennità natalizia al tempo del solstizio, ha un suo chiaro significato. Dio si è infatti posto al centro del tempo, come unica e assoluta speranza di salvezza per l’uomo.
Il tempo è di per sé silenzio assoluto: esso è come un vuoto, è tenebra e paura: Dio lo illumina e lo riempie del suo amore, ma sta a noi aprire gli occhi e il cuore per coglierne i raggi e sentirne la presenza.
Il Dio fatto uomo per amore, il Dio-con- noi, si pone in mezzo a questo fluire dei secoli per annunciare a tutti la “Verità”, l’unica che ha la forza di distruggere le radici del male e di guidare il nostro cammino verso di Lui, eterno e sommo Bene, ridefinendo, secondo l’originale progetto, il senso della nostra vita.
“la vita è fatica e dolore” si dice, “prendete su di voi il mio giogo che è soave e leggero” risponde il Dio-con noi.
“la vita è lotta e morte”, lamenta l’uomo scoraggiato. Ma “Io sono la risurrezione e la vita”, ci assicura il Dio-con-noi.
” la vita è tenebra”, sussurra impaurito il viandante. “Io sono la luce che illumina il mondo”, proclama il Dio-con-noi.
“la vita è confusione e incertezza”, commenta l’uomo della strada.” Io sono la Via e la Verità”, ci assicura il Dio-con-noi.
“la vita è corruzione ed egoismo”, osserva l’onesto scoraggiato…” Amatevi come io vi ho amati”, invita il Dio-con-noi.
“la vita è miseria e fame”, grida il Lazzaro di ogni tempo.” Io sono il Pane disceso dal cielo: chi mangia di questo Pane non avrà più fame…”, è l’inestimabile dono del Dio-con-noi.
“la vita è mia e la gestisco come voglio…”, protesta il giovane presuntuoso. Ma “senza di me non potete far nulla” ci ricorda il Dio-con-noi.
Guardare al Natale di Cristo è, dunque, aprire l’anima a questa nuova luce che invade il mondo, e scoprire questa verità nuova, e accogliere la vita stessa, Cristo, Dio-con-noi. È, dunque, immergersi nella speranza di una vita che non potrà e non dovrà perdersi nel tempo fatto di niente, nè ripiegarsi sulle paure della notte; una vita aperta all’amore che, consolidato nel tempo messo a disposizione, si prolunga in un’eternità con quel Dio che ha condiviso con noi lo scorrere dei giorni e con Lui ci permette di condividere l’eternità, sempre che siamo disposti ad accoglierlo. Solo a chi lo accoglie, infatti, da “il potere di diventare figli di Dio”.
Dunque, attorno a questo Dio nato nel tempo come uomo e per l’uomo, accolto con sincero amore e con incondizionata fiducia, possiamo augurarci con ogni letizia e sincerità: Buon Natale e Buon Anno.

LA MIA SCUOLA AMA IL NATALE – Silvia Falcione

Che il nostro Preside amasse il Natale era cosa compresa da tutti. Da quando è arrivato, 6 anni fa, i corridoi della scuola, gli atri, gli uffici, si sono riempiti di alberelli, di addobbi, di stelle di Natale e, udite udite, è comparso un grande Presepio con tanto di notevole collezione di personaggi di tutte le dimensioni.​ E tutti che lo vanno ad ammirare.

Nelle classi molto molto meno. Solo i ragazzi delle prime, appena arrivati dalle medie e ancora memori delle feste delle elementari, portavano qualche addobbo in classe, avanzato da quelli a casa.

Ma quest’anno il Natale è esploso ovunque,​ dalle prime alle quinte gli studenti fanno a gara per avere gli addobbi più belli.

“Ha visto prof? Abbiamo messo le luci sulla lavagna!!”

” Prof. Ha visto le nostre stelline luminose? Oh! Stamattina non le abbiamo ancora accese!” ed Elisa preme subito il pulsantino. Sono impreparata. Non so cosa dire. Mi stupiscono.

Resto a bocca aperta.​ Allora decido di partecipare. In una prima erano costernati perché avevano l’alberello spoglio e nulla per addobbarlo. Ho comprato in parrocchia 4 palline al mercatino missionario e gliele ho portate.

” Grazie prof!!! Grazie!!! Ma sono bellissime!!!” Hanno appeso ai rami anche il bigliettino con le faccine dei bimbi africani che ringraziano. Sono commoventi.

In una classe dove non avevano nulla hanno riempito i muri con i loro disegni pieni zeppi di palline, stelline, agrifoglio, comete e tutto il resto.

E ce la vogliamo mettere anche l’operatrice col cappello da elfo lungo fino alla cintura da tutta la settimana?

Ma cosa succede quest’anno? Sarà una conseguenza della deprivazione sociale causata dalla pandemia e da un anno e mezzo di scuola a distanza? Mah!!

Comunque il clima a scuola è eccitatissimo e bellissimo. Se avevo perso la cosiddetta MAGIA DEL NATALE quest’anno la recupero, almeno qui a scuola. MA…..qualcuno obietterà: a scuola siete tutti cristiani? Macché. Figuriamoci! Scuola statale multiculturale e multietnica, ma il Natale, ve lo dico, non ha mai fatto paura a nessuno, se non forse a qualche giornalista.

Cari ragazzi che studiate latino, se ancora non avete capito cosa sia la pietas,​ la state facendo perché questo è il suo significato. Buon Natale cari al mio cuore!​ ​ la prof. di scienze UMANE

Le parole e il silenzio – don Emilio Zeni

Si sa che il linguaggio è una convenzione. A certi suoni corrispondono precisi pensieri. Nasce così la parola che affonda le sue radici nella propria storia e nella propria cultura. Ed è bello che sia così. Un dono grande per l’uomo comunicativo per natura. Quello che egli è, si capisce soprattutto tramite la parola. Parafrasando un noto aforisma si potrebbe concludere: “sento come parli e ti dirò chi sei”. Quello che hai nel cuore presto ti scivolerà nella parola.

Purtroppo, essa cade, non di rado, in un abuso perverso. Se con la parola si può cantare l’amore, confidare sogni, proporre progetti, condividere affanni, asciugare una lacrima, è anche vero, purtroppo, che la parola può trasformarsi in un arma per colpire, ferire, distruggere. Con la parola si possono aprire o chiudere porte, costruire ponti o farli saltare, illuminare di speranza o ricacciare nella solitudine della notte.

La parola che tesse trame di ipocrisie e falsità, che si intorbidisce di volgarità persino blasfeme, che rotola come una valanga contro l’avversario o accieca di impossibili promesse, offre una triste immagine di chi la pronuncia, ne sgretola la dignità, a tutti i livelli, istituzionali, educativi, culturali.

È allora che nasce la nostalgia del silenzio, che non è solo assenza di suoni ma è equilibrio, attesa, dominio di sé, riflessione attiva, desiderio di verità. Certo, anche il silenzio è un linguaggio che può esprimere sentimenti opposti… infatti,” un bel tacer non fu mai scritto”.

È Natale. si dice che in questa occasione siamo tutti buoni. Ce lo auguriamo.

Ma è proprio il Natale che ci suggerisce la sublimità della parola e del silenzio.

“In principio era il Verbo” – la Parola -, leggiamo nei primi versetti del Vangelo di Giovanni. Quella Parola che squarciando l’eterno silenzio ha dato vita alla storia nel mirabile disegno della creazione.

E, nella pienezza dei tempi – quella stessa Parola – “il Verbo si è fatto uomo e venne ad abitare in mezzo a noi…”

È in questo ineffabile evento, che le parole si riempiono di “pace agli uomini che Dio ama” e il silenzio di Maria “conserva queste cose, parole del Vangelo, meditandole nel suo cuore…”: i tanti silenzi e le sublimi parole del Vangelo, dalla proclamazione delle “beatitudini” alle parole di perdono nel silenzio della croce.

È il cuore che deve svuotarsi per riempirsi di Dio. Parola e silenzio, allora, anche per gli uomini d’oggi, sospinti brutalmente verso reciproche rivalse e contrapposti interessi, troveranno gli spazi che ne onorano la dignità, mentre camminano insieme per le strade del villaggio globale che è il nostro piccolo e tormentato pianeta. È l’augurio ai nostri lettori per un Natale vero, del “verbo fatto uomo”, per amore.

Carissimo Willy – Giovanni Bergamelli

Carissimo Willy,

Sono Giovanni Bergamelli di Nembro (Bergamo), ex allievo di Penango. Per anni sono venuto a Gressoney con la mia famiglia, ma sono anni che manco dalla colonia anche se ogni tanto sono presente a Chieri o a Penango in occasione degli incontri.

Approfitto per salutare e ringraziare per l’impegno che dimostrate nel portare avanti l’associazione.

Ti invio la foto di un quadro che rappresenta ricordi e momenti della vita del Collegio di Penango ricostruito in fiammiferi, perlopiù usati, raccolti soprattutto dai miei alunni di scuola nel decennio 1970-1980.

Sapendo che io ne avevo un grande bisogno, essi sottraevano alle loro mamme intere scatole di fiammiferi, li accendevano ad uno ad uno per spegnerli immediatamente e potermeli così consegnare a scuola ancora quasi nuovi.

Il lavoro era stato progettato nell’intento di portarlo a termine nel 1988, anno del Centenario della morte di don Bosco. Purtroppo per motivi vari avevo dovuto sospendere l’iniziativa.

Ripresi in mano i fiammiferi nei primi anni di questo secolo pensando di completare il lavoro per il 2015, anno del Bicentenario della nascita di don Bosco. Non fu così.

Solo da alcuni anni ho recuperato i disegni preparatori ed i fiammiferi rimasti, ma mi misi al lavoro decisamente solo dal novembre 2018, quando mi son detto: o adesso o mai più. Tanto più che don Ferdinando Bergamelli, nel vedere il pannello incompiuto, mi aveva incoraggiato dicendo: “Finiscilo alla svelta!”

E così, lasciando perdere un po’ le mie ricerche storiche e lavorando ore e ore ogni giorno, ho potuto portarlo a termine il 31 gennaio 2019: “Laus Deo Mariaeque”.

Allego anche un foglio per spiegare ciò che è possibile vedere e riconoscere nella foto e in alcuni particolari.

Nembro, 14 ottobre 2021

Giovanni Bergamelli

Nella foto l’osservatore paziente potrà notare:

  • una collezione di “storie” che si riferiscono all’edificio, al paesaggio proprio del paese e alla vita del collegio
  • l’edificio centrale nella sua parte alta con il campanile della chiesa dell’Istituto
  • i tre portici tra loro diversi
  • il grande cedro
  • la balaustra del terrazzo esterno al cortile
  • alcuni tigli che circondavano il cortile
  • la chiesa parrocchiale che emerge dal gruppo di case che le stanno quasi davanti
  • il sole che tramonta dietro i colli, benché in un punto dove poteva arrivare solo prolungando il suo corso
  • l’immagine ingrandita di Maria Ausiliatrice 
  • i ragazzi in perfetto ordine ed allineati sotto il portico dello studio intenti a cantare una lode e ad osservare il cielo rosso del tramonto del sole dietro le Alpi ed i colli del Monferrato
  • l’altare principale della chiesa con l’immagine dell’Addolorata (ma è quella del santuario mariano dello Zuccarello di Nembro) ed un ragazzo in preghiera durante la visita quotidiana al Santissimo
  • il busto di don Bosco posto accanto alla porta d’ingresso dell’ufficio del Direttore 
  • i simboli dei giochi prediletti: il calcio, la pallavolo, la pallacanestro 
  • due ragazzi che ci sanno fare con gesti atletici: uno calcia un pallone, l’altro sta per fare canestro a due mani
  • alcuni ragazzi fanno crocchio attorno ad un superiore in certi momenti della giornata: chi cammina avanzando e chi all’indietro
  •  nello studio il Consigliere legge i voti mensili: i ragazzi ascoltano trepidanti, ma uno, chiamato per nome, si è alzato e, assai compunto, si sente dire che ha meritato 10 meno nel comportamento
  • il grande orologio segna il tempo dei compiti e dello studio
  • la campanella, appesa sotto un balcone, scandisce l’intera giornata
  • in refettorio i ragazzi mangiano in silenzio perché un loro compagno, grandicello, legge una bella storia a puntate
  • in teatro la banda del collegio suona durante l’intervallo dello spettacolo che ha per titolo BRITANNICUS, un lavoro quasi tutto in versi, che ha fatto sudare alcuni di noi per impararlo per bene
  • alcuni ragazzi sono occupati a fare le quotidiane pulizie con strumenti adatti 
  • i ragazzi in passeggiata sono invitati dall’assistente a non fermarsi troppo a chiacchierare ma a proseguire anche se la strada è polverosa o infangata, a seconda della stagione

C’è qualcosa che manca nell’insieme, forse la più attesa della giornata: la notte, quando la lunga giornata, iniziata alle 6 e portata a termine alle 21 e 30, si concludeva con il “TU AUTEM DOMINE MISERERE NOSTRI”.  

Forse a qualcuno interesserà capire anche le parole del pannello:

La cornice

  • in alto: PADRE E MAESTRO DELLA GIOVENTÙ S. GIOV. BOSCO SII NOSTRA GUIDA
  • in basso: ISTITUTO MISSIONARIO SALESIANO “S. PIO V” – PENANGO MONFERRATO – AT
  • a sinistra: SANCTA PARENS 
  • a destra ADESTO FILIIS ossia:  S.P.A.F. , che era il motto della società, segreta, voluta da don Santo Mognoni per la nostra classe
  • a destra della chiesa del paese alcune parole, benché senza punteggiatura, cercano di dare senso a tutto l’insieme: 
    • PER LE STRADE DELLA VITA SEI STATO
    • NELLA MENTE E NEGLI OCCHI O COLLEGIO
    • VIA DA VOI AMICI MAI SONO ANDATO
  • sul sipario alzato del teatro: BRITANNICUS (di cui fu interprete principale Luce Settimio)
  • sopra le arcate del portico dello studio: 1955 – 1960 (la mia permanenza nell’Istituto)
  • tra le finestre dell’edificio, anche se fuori luogo, ma come richiamo a Gressoney: DON BOSCO
  • in basso a destra: GIOVANNI BERGAMELLI .

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