Magnifici e straordinari – Adriana Perillo

In questi ultimi tempi la vita di milioni di persone in tutto il mondo è diventata difficile perchè i venti di guerra soffiano in varie direzioni e si avverte la minaccia di possibili eventi ancora più disastrosi.

La guerra si è sviluppata a scacchiera e contemporaneamente in diversi paesi.

La morte ha già mietuto moltissime vittime innocenti, soprattutto bambini, che sono la speranza del mondo vitale, sono stati decimati da bombe, dalla fame e dalla sete e non hanno più nemmeno un riparo a causa delle distruzioni delle loro abitazioni.

Ma, mentre la guerra infuria, noi in Italia abbiamo potuto respirare un’altra aria seguendo i giochi olimpici invernali che in gennaio e febbraio scorso si sono svolti tra Milano e Cortina d’Ampezzo.

L’animo si è un po’ rinfrancato in questa pausa sportiva ammirando le imprese di tanti atleti provenienti da quasi tutto il mondo, che sono riusciti a costruire ponti di amicizia, relazioni di solidarietà pur nella competizione rispettosa e sportiva. Essi hanno acceso l’entusiasmo degli spettatori e dei propri tifosi molto coreografici e allegri ed hanno dato dimostrazione di grande impegno per conseguire un risultato dal valore più morale che economico. Ci hanno resi orgogliosi di essere rappresentati come il paese degno di essere nei primi posti nella classifica del medagliere olimpico.

Poi nel mese di marzo si sono svolti anche i giochi paralimpici invernali che, a mio parere, sono stati uno spettacolo di grande misura, dove atleti fantastici hanno gareggiato con un coraggio eroico. Sono rimasta incollata al video, presa da un’ammirazione profonda: c’era quasi una magica attrazione nelle magnifiche esibizioni ma non era compassione per le loro menomazioni in mostra bensì uno stupore per la forza e l’intensità del loro impegno.

Tutti ragazzi giovani, segnati nel loro fisico da disabilità varie che mi inducevano a riflettere sulla passione e determinazione che li motivavano per guadagnare una medaglia.

Questi atleti sono consapevoli che le prove da affrontare sono molto difficili e faticose, eppure lavorano e si esercitano per ben quattro anni per arrivare alla partecipazione ai giochi che dura pochi minuti, e solo la gioia del traguardo li ricompensa di un grandissimo sacrificio.

Noi spesso ci lamentiamo anche di un lieve malessere, mentre questi ragazzi privi di arti superiori o inferiori, ipovedenti o non vedenti, con molti altri problemi affrontano sci alpino e di fondo, snowboard, curling, hokey, para ice e biatlon con tecnica e velocità pazzesca: parliamo di gare sul ghiaccio e su discese che presentano grosse difficoltà senza l’ausilio della vista o di un arto. Nello snowboard sembrano proiettili umani. Eppure il loro sorriso dopo la competizione e gli abbracci scambievoli sono sinceri e sentiti.

Il pubblico dimostrava ammirazione e partecipazione nel freddo polare sulle bianche cime alpine.

Gli spettacoli di apertura e chiusura dei giochi nell’Arena di Verona sono stati una vera grande impresa, una dimostrazione della capacità italiana di stupire il mondo con una organizzazione che sarà presa come modello: momenti di spettacolo di straordinaria arte, con giochi di luce fantastici, coreografie perfette a cui hanno partecipato anche gli atleti paraplegici che non nascondevano la loro fisicità imperfetta ma erano parte integrante di una esibizione di magica bellezza.

Spontanea è stata la considerazione che partecipare da spettatori ai giochi, specialmente paralimpici, sarebbe educativo ed utile per tutti quei ragazzi che ogni giorno sprecano il loro tempo in modo futile o dannoso per la salute, che non hanno orizzonti, sono sempre insoddisfatti e pretenziosi.

Tanti sono i giovani che non hanno aspirazioni per il proprio futuro, non amano impegnarsi e al primo ostacolo si arrendono.

Gli atleti possono essere esempi positivi di costanza, di fatica tesa a superare i propri limiti per dimostrare, prima a se stessi, che nonostante la disabilità e le barriere    si possono raggiungere vette che sembrano impossibili e che non si deve rinunciare a realizzare i propri sogni per vivere una vita piena.

Quando un amore muore | Adriana Perillo

Da troppo tempo, con molta frequenza, si susseguono fatti di cronaca che vedono come vittime le donne: i femminicidi.

Tante perdono la vita per mano dei mariti o compagni che sono autori di efferati delitti nei confronti di chi dovrebbero, invece, amare e proteggere. Le modalità di queste uccisioni sono molto violente e feroci e mostrano tutto l’odio e il rancore di cui sono pervasi gli animi assassini.

La causa è sempre la non accettazione del fallimento di una unione che si è logorata e che diventa sempre più impossibile e intollerata dalla coniuge. Arrivare all’uccisione della donna che era stata scelta come moglie, compagna e madre dei propri figli è il punto di non ritorno di una situazione da cui non si vede l’uscita, perché si è sopraffatti dalla ottenebrazione del cervello, dal desiderio violento di fare del male a chi ti fa male con il suo abbandono, a chi ti fa sentire frustrato e fallito, ti pone in un baratro da cui non credi di salvarti e ti umilia socialmente.

La gelosia spinge alla violenza che nessuno riesce a placare, nemmeno la considerazione dei figli, anche minori, che possono rimanere orfani di entrambi i genitori. A volte la crudeltà di un padre ferito nel suo orgoglio arriva a colpire la propria prole per punire la moglie che deve soffrire avendo causato la separazione.

La reazione maschile è eccessivamente violenta forse perché c’è una prospettiva di vita difficoltosa, magari anche economicamente, o forse un dissesto dell’equilibrio della famiglia.

Ma perché una donna arriva alla decisione di separarsi dal proprio compagno? I casi sono diversi ma tanti i motivi comuni. Diciamo che spesso giunge a questa soluzione troppo tardi perché è trattenuta dall’amore per i figli, oppure crede di poter salvare, con la sua presenza, la famiglia, anche se deve sacrificarsi.

Un tempo le donne non avevano alternative e subivano anche reiterate violenze domestiche, economicamente erano dipendenti dal marito che controllava il reddito, né avevano un lavoro per potersi mantenere. Unico destino era subire, se non possedevano proprie ricchezze o patrimoni.

Oggi la donna ha maggiori possibilità perché spesso è attiva nel lavoro, consapevole dei diritti sanciti nella Carta dei diritti umani, può ricorrere alle istituzioni che devono tutelarla e aiutarla.

Tuttavia, da come si evince dai femminicidi quasi giornalieri, non tutte le donne riescono a capire in tempo utile che bisogna denunciare ogni sopruso, stare all’erta e proteggersi.

L’amore è un sentimento che mette prima il bene dell’altro, è rispetto reciproco e comprensione, appoggio, tenerezza, complicità; una coppia deve avere gli stessi obiettivi ma ognuno deve realizzare i propri sogni ed aspirazioni con la solidarietà dell’altro. E se il partener usa la manipolazione dei pensieri e delle emozioni, se fa violenza psicologica o fisica, se ha il controllo sulla altrui persona, è meglio accettare la fine di una storia perché vuol dire che l’amore è morto e bisogna voltare pagina, dimenticare il passato e ricominciare una nuova vita.

Un legame tossico è senza prospettiva.

Dobbiamo educare l’uomo all’autocontrollo, deve ricordare che non è il padrone della vita della donna, che è responsabile della felicità dei propri figli e che nessuno è obbligato ad amare chi non si vuole amare.

Strenna 2026

Dalle parole del Rettor Maggiore alla Famiglia salesiana riunita a Valdocco per le giornate di spiritualità.

***

Fate quello che vi dirà.

Credenti e liberi per servire.

Abbiamo una fede che è prima di tutto capace di dare senso alla nostra vita.

In una cultura della indifferenza come quella di oggi a un certo punto per prudenza stai zitto.

Ma non può tacere chi ha la Fede.

Se non è la Parola di Dio che ci nutre quali parole ci guideranno?  Altre parole tossiche possono farsi avanti.

La meditazione quotidiana della Parola costituisce intimità con Dio.

Altrimenti facciamo partire esperienze umane   dove stiamo bene, ci troviamo bene ma nient’altro.

Per lasciarci interpellare dalla Parola occorre darle spazio di ascolto.

Stiamo cercando la volontà di Dio o la volontà umana, personale?

Come Famiglia salesiana siamo nella storia. Questo ci chiede di amare la realtà che abitiamo.

Dobbiamo ascoltare per capire quello che manca alla società e ai giovani.

Voler bene ai giovani è voler bene all’umanità.

La memoria dell’oratorio ha guidato la missione salesiana. Non basta amare don Bosco bisogna conoscerlo per seguire il suo esempio.

-Appunti di Silvia Falcione

Ciao Willy – La Redazione

È trascorsa da poche settimane la Festa della Casetta, che ci ricorda l’importanza di questa Opera, semplice ma importante, piccola ma viva e vivace. L’hai vista nascere e crescere, hai dedicato tempo e energie, hai seminato e noi adesso raccogliamo i frutti della tua passione.

L’estate è alle porte e l’appuntamento degli Exallievi di Penango a Gressoney si avvicina: un altro grande amore, corrisposto e condiviso, vissuto con gioie e dolori ma sempre con lo sguardo fisso alla Provvidenza. Un grande miracolo che si rinnova tutti gli anni in questo appuntamento che accoglie e con fedeltà vive lo spirito di don Bosco nel grande prato assolato.

Caro Willy è una gioia ricordarti in queste realtà così vere, così umane e cristiane, piccoli gioielli nel diadema della famiglia salesiana e della Chiesa: la tua competenza, la tua dedizione sono stati il carburante di queste due splendide case che abitano nella vita, e ospitano tante persone, di tutte le età, che provengono da tante parti del mondo e tutti in cerca di qualcosa di bello e personale trovano Gesù, Maria e don Bosco con le braccia spalancate e il sorriso vero, come ci accoglievi tu, sulla soglia di casa tua, alla Casetta e a Gressoney.

Papa Francesco e Maurizio: un bell’incontro – La Redazione

Correva l’anno 2015, in occasione dell’ostensione della Sindone, due figli della chiesa si incontrano, due cittadini della cristianità si salutano e scambiano buone parole.

Nulla avviene per caso: Maurizio ha voluto con convinzione e ostinazione questo incontro e la potenza del bene supera il protocollo. Torino accoglie il papa e Francesco benedice l’Opera, la città, i pellegrini, la storia e il futuro: Maurizio non si risparmia e ci regala un ricordo fresco, sincero. Il papa prega davanti alla Sindone.

Francesco e Maurizio, fratelli nella fede e nell’attenzione verso lo straniero e l’impegno per la pace.

Chi è straniero?

L’adozione a figli del medesimo Padre Maurizio l’ha proposta e esportata nella sua missione per la cooperazione internazionale e quindi non esiste più lo straniero, ma il fratello.

Cosa è la pace?

Riconoscere e accettare la diversità come valore e non come ostacolo; fare un passo indietro, con la convinzione che si arriva insieme nella terra promessa.

Dieci anni dopo un nuovo incontro, una nuova vita, un nuovo cammino: nell’eterna Gioia nessuno è straniero e tutti sono in pace. Papa Francesco e Maurizio hanno gettato semi: coltiviamo per veder fiorire il giardino della terra e dell’umanità.

Pellegrini di speranza – Silvia Falcione

Pellegrini di speranza“. Questo è il titolo dato al Giubileo 2025. Ma qual è il significato di pellegrino?

Il primo significato si connette all’originaria forma classica peregrinus, “forestiero“, “viandante“, “straniero“, chi cioè, per diverse ragioni, si trova lontano dalla propria terra e, per i disagi del cammino, viaggia in abiti dimessi; anticamente più specifico valore religioso viene dato a “palmiere” pellegrino di Terra Santa, e romeo pellegrino che va a Roma.

Nel medioevo era grande mèta di pellegrinaggio il Santuario di Santiago de Compostela in Spagna. Il cammino di Santiago è tornato in auge e oggi viene ancora percorso a piedi da migliaia di persone. In tutte le grandi religioni storiche, non solo nel cristianesimo, esistono indicazioni, forme, destinazioni e finalizzazioni, del pellegrinaggio.

La definizione di pellegrinaggio indica un particolare tipo di viaggio, un andare finalizzato, un tempo che l’individuo stralcia dalla continuità del tessuto ordinario della propria vita (luoghi, rapporti, produzione di reddito), per connettersi al sacro. Ma sempre implica una scelta. Chi parte in pellegrinaggio non si trova ad essere, ma si fa straniero e di questa condizione si assume le fatiche e i rischi, sia interiori che materiali, per acquisire vantaggi spirituali, come incontrare il sacro in un luogo lontano, offrire i rischi e i sacrifici materialmente patiti in cambio di una salvezza o di un perdono metafisici e anche materiali, grazie agli incontri e occasioni che, strada facendo, non possono mancare.

Attualmente tuttavia la diminuzione dei tempi, dei rischi e dei costi di viaggio, nonché la desacralizzazione delle culture, fanno sì che la categoria culturale del pellegrinaggio sia ormai sempre più intrecciata con quella del turismo di massa, del quale viene anzi spesso considerata una specie di sottoclasse, il turismo religioso. Questo a mio parere è il pericolo che si corre quando si organizza un pellegrinaggio e la capacità e l’intelligenza stanno nel saper coniugare bene l’aspetto spirituale con quello turistico.

Quali consigli troviamo sul sito del Giubileo? Li riporto qui di seguito.

Il giubileo chiede di mettersi in cammino e di superare alcuni confini. Quando ci muoviamo, infatti, non cambiamo solamente un luogo, ma trasformiamo noi stessi. Per questo, è importante prepararsi, pianificare il tragitto e conoscere la meta. In questo senso il pellegrinaggio che caratterizza questo anno inizia prima del viaggio stesso: il suo punto di partenza è la decisione di farlo. L’etimologia della parola “pellegrinaggio” è decisamente eloquente e ha subìto pochi slittamenti di significato. La parola, infatti, deriva dal latino per ager che significa “attraverso i campi”, oppure per eger, che significa “passaggio di frontiera”: entrambe le radici rammentano l’aspetto distintivo dell’intraprendere un viaggio.

Abramo, nella Bibbia, è descritto così, come una persona in cammino: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre” (Gen 12,1), con queste parole incomincia la sua avventura, che termina nella Terra Promessa, dove viene ricordato come «arameo errante» (Dt 26,5). Anche il ministero di Gesù si identifica con un viaggio a partire dalla Galilea verso la Città Santa: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Lui stesso chiama i discepoli a percorrere questa strada e ancora oggi i cristiani sono coloro che lo seguono e si mettono alla sua sequela.

Il percorso, in realtà, si costruisce progressivamente: vi sono vari itinerari da scegliere, luoghi da scoprire; le situazioni, le catechesi, i riti e le liturgie, i compagni di viaggio permettono di arricchirsi di contenuti e prospettive nuovi. Anche la contemplazione del creato fa parte di tutto questo ed è un aiuto ad imparare che averne cura “è espressione essenziale della fede in Dio e dell’obbedienza alla sua volontà” (Francesco, Lettera per il Giubileo 2025).

Il pellegrinaggio è un’esperienza di conversione, di cambiamento della propria esistenza per orientarla verso la santità di Dio. Con essa, si fa propria anche l’esperienza di quella parte di umanità che, per vari motivi, è costretta a mettersi in viaggio per cercare un mondo migliore per sé e per la propria famiglia.”

Auguro buon cammino a tutti dunque. A chi si metterà per strada e a chi seguirà un cammino interiore.

Caro Papa Francesco – Silvia Falcione

Caro Papa Francesco,

ti scrivo nel giorno del tuo ritorno alla casa del Padre. Dopo tante fatiche, riposa in pace tra le braccia del Cristo Risorto, che sei ancora riuscito a celebrare nella Pasqua di ieri. Una Pasqua speciale perché condivisa tra cristiani cattolici e Ortodossi dopo 11 anni. Un giorno in cui tutti i cristiani del mondo l’hanno celebrata insieme. E hai voluto ancora scendere in piazza a salutare i fedeli con una delle tue solite sorprese. Perché sei stato una persona semplice nei tuoi modi di fare e di parlare, che a volte sembravano parole addirittura troppo semplici, ma tutti riuscivano a comprenderle bene.

Ricordo le tue prime parole da Papa:

“Vorrei che la chiesa diventasse una chiesa povera. Vorrei che fosse la Chiesa dei poveri.”

pronunciate dal balcone di San Pietro. Perciò avevi scelto il nome di frate Francesco pur essendo un gesuita.

Vorrei ancora ricordare le parole dell’ultimo Urbi et Orbi:

“Fratelli e sorelle, ecco la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia, per sempre.”

Vorrei ricordare le tue parole della tua ultima Omelia di Pasqua:

“Nessuna pace è possibile senza disarmo.”

lette da altri, perché tu non avevi più voce e il respiro ti mancava dopo l’ultima malattia sopportata.

Sei stato il papa degli ultimi, degli emarginati, della giustizia sociale e ambientale, della pace oltre ogni speranza perché questi non sono tempi di pace purtroppo e con te perdiamo una delle poche voci che ancora si levavano a chiedere incessantemente la pace per tutti i popoli.

Vorrei ricordare i tuoi 47 viaggi apostolici in 66 diverse nazioni e le 40 visite pastorali in 49 differenti città o frazioni d’Italia.

Come i tuoi predecessori Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II, non ti sei risparmiato in viaggi faticosi e pericolosi pur di incontrare l’umanità più sofferente. Ci ha consegnato un Giubileo della Misericordia e uno della Speranza. Ci hai consegnato documenti totalmente inediti e nuovi:

  • La Laudato Sì 
  • La Fratelli Tutti 
  • Querida Amazzonia e progetti molto innovativi e contro corrente come
  • L’economia di Francesco

Sei stato fra tutti il Papa più ecologico e ambientalista che abbiamo avuto. La tua eredità spirituale e morale non tramonterà con te. Tocca a noi mantenere aperti i fronti di dialogo spalancati dalla Laudato Sì e dalla Fratelli Tutti, moltiplicando gli sforzi per custodire
Madre Terra, tutelare i diritti umani e promuovere quel salto di qualità della coscienza collettiva che è l’unica via d’uscita dal buio che ci preme addosso.

Chi crede nella preghiera, ora può pregare. Chi non è credente, può ugualmente ospitare nel cuore il tuo messaggio. Un messaggio che è sempre stato per tutte e per tutti.

Grazie. Riposa in pace. Amen.

Giubileo 2025 | Spunti di riflessione – Silvia Falcione

Siamo quasi a metà del Giubileo della Speranza e vi propongo una riflessione sui significati di questa parola. Tutti sperano. Speriamo è parola del linguaggio comune, ma non sempre usiamo il verbo sperare in modo corretto. Sperare che ci sia il sole è un auspicio, che non mi coinvolge in un impegno personale.

In psicologia la speranza è una motivazione a procedere superando le difficoltà.
La speranza cristiana non è ottimismo.
La speranza ci viene donata per Grazia ma va accettata perché divenga luce guida.
La speranza è attesa di un bene.

Nell’AT la speranza è già presente in molti testi anche nei salmi perché Dio è fedele. Nei Vangeli il vocabolo speranza non è presente. È San Paolo che parla della speranza cristiana. La speranza per i cristiani è Cristo.

Il Papa ha detto:

Di segni di speranza hanno bisogno i giovani che spesso vedono stroncati i loro sogni ricadendo in stati di depressione autolesionismo suicidio

Il Giubileo sia occasione di slancio nei loro confronti. Noi salesiani siamo molto coinvolti in questo impegno. Il problema spesso non sono i giovani ma l’assenza di adulti significativi. Siamo chiamati ad essere educatori che annunciano cieli nuovi e terra nuova ovvero speranza e gioia possibili.

La genesi della speranza è il desiderio di un bene raggiungibile ma la realtà ci dice che siamo fragili. La fede ci dice che siamo limitati, ma anche capaci di infinito. Non possiamo dimenticare le due dimensioni. Dio ci ha creato a sua immagine per la vita eterna, nonostante il primo fallimento del peccato originale. Ogni creatura ha una segreta inclinazione verso Dio e da lì nasce la speranza. E diventa virtù teologale. la natura si intreccia con il divino.

La speranza che è individuale, diventa oggettiva quando la condividiamo con gli altri e diventa anche relazione. La speranza cristiana vive di fede e ci mette in cammino. C’è un Padre che ci veglia e un Fratello che cammina con noi. Infatti il primo che spera è Dio. Spera che giungiamo a compimento della nostra speranza nella libertà dei figli di Dio.

La speranza vive di Amore. È una forza dinamica. Che ci muove verso qualcosa che è promesso in pienezza. È un amore che ha due atti: attende ed aspira. Non sta fermo ma cammina. Anche la preghiera aiuta la speranza come momento di riposo e affidamento che non chiede nulla ma si lascia accarezzare. Stare davanti al Signore per scaldarsi al sole del suo Amore. La speranza è come un’ancora gettata verso l’alto.

Don Stefano Martoglio, Vicario del Rettor Maggiore si esprime così:

Vivi bene questo tempo. Abbi cura di te. La speranza è esperienza di Cristo Che cambia la vita. E ci aiuta a Ritrovare la nostra umanità e a non perdere noi stessi. La speranza non è illusione. È l’energia di una persona che viene dall’incontro con Dio e genera la carità. La speranza viene da dentro di noi. Non dagli avvenimenti esterni. È determinazione e pazienza. Fai quello che riesci. Il resto lo farà Dio. La speranza è la sorella piccola della fede e della carità. La speranza è nel sogno dei diamanti. L’unione tra l’al di qua e l’al di là. Questa è la traccia da seguire.

Sii forte si rinfranca il tuo cuore e spera nel Signore“.

Ciao Chiara

Ciao Chiara, sei partita l’anno scorso e già il giorno dopo ci mancavi. I ricordi sono tanti, gli incontri sono stati tanti e le occasioni di incontro/scontro sono sempre stati dei confronti utili.
Bambina con i bambini, amica con le amiche, salesiana con il prossimo: la sensibilità di una donna con la mente aperta, il cuore in mano e lo slancio di ragazza per abbracciare le lacrime e le gioie, il dolore e le vittorie. Mai un giudizio definitivo ma sempre l’accoglienza, mai la chiusura con preconcetti ma sempre la vigile tolleranza: Chiara sei stata una bella compagna di vita.

Sicuramente abbiamo perso la tua presenza ma abbiamo la tua eredità: la generosità, l’interesse sempre vivo, l’affetto verso i genitori, l’amore sconfinato per la tua famiglia, una fede allegra, come la voleva don Bosco.

Le tue mani sempre all’opera, il tuo servizio sempre silenzioso, i tuoi consigli sempre attenti e preziosi: grazie Chiara, grazie davvero.

La forza dell’amore – Adriana Perillo

Ogni anno, il 14 febbraio, ricorre la festa di San Valentino dedicata a tutti gli innamorati. Essa risale al IV secolo dopo Cristo ed era chiamata Lupercalia, in onore del dio pagano della fertilità,
Luperco. Era una festa dai riti molto sfrenati, poco consoni all’idea dell’amore cristiano, perciò nel 496 il papa Gelesio I nominò patrono degli innamorati San Valentino da Terni.

Questa festa, oggi ,si onora in molti paesi ma non ha risvolti religiosi, bensì economici e consumistici; tuttavia celebra l’amore, un sentimento essenziale per ognuno perché siamo fatti per amare ed essere amati. “Amor, amour, love”: cosa indica questo vocabolo? Affetto, passione, attrazione, tenerezza, ardore, interesse, inclinazione, misticismo: molti sono gli ambiti in cui viene usata per indicare le tante sfumature di questo sentimento che riguarda la sfera affettiva.

La Bibbia, libro dei libri, nel Cantico dei cantici ci offre pagine di una incredibile bellezza sull’amore, canta la passione di due sposi che vivono l’attrazione anche fisica che è “forte come la
morte”. Nella storia dell’uomo è stato il tema prediletto di poeti, artisti, musicisti che lo hanno esaltato in tutte le sue forme, inneggiando o lamentando le pene d’amore.

Ogni tempo ha avuto i suoi cantori: nel VII secolo A.C. La poetessa Saffo, nell’isola di Lesbo, dove c’era una comunità dedita al culto di Afrodite, scriveva versi per un amore non corrisposto per cui morì suicida, secondo la leggenda. L’amore rende più bello il mondo ma a volte è causa di guai, come scrive Omero nell’Iliade e nell’Odissea, dove gli eventi raccontati sono stati determinati da storie d’amore: Elena, rapita da Paride, fa scatenare la guerra tra Greci e Troiani e Odisseo, trattenuto dagli affetti prima di Calipso e poi di Circe, ritorna dalla sua fedele Penelope solo dopo dieci lunghi anni dalla fine della guerra di Troia. Anche Virgilio, in epoca romana, narra la forte passione di Didone ed Enea, che portò alla morte suicida della regina dopo il suo abbandono.

La poesia ci permette di sognare, contiene gioia, felicità, allegria ma anche tristezza, sofferenza e per questo è magica, perché esprime emozioni individuali e personali che diventano universali. Catullo, poeta del I secolo A.C. è il vate per eccellenza dell’amore forte e distruttivo verso Clodia, i suoi versi parlano della fine dell’amore ma anche di quello che sognava pazzamente e poi odiava
struggendosi: “Odi et amo… non lo so ma capisco che succede e mi tormento”. In un carme famoso si esprimeva: “Viviamo mia Lesbia, ed amiamo… tu dammi mille baci, quindi cento, poi dammene altri mille e quindi cento…

Leggendo i vari autori della rima amorosa è evidente che l’amore sofferente ispira maggiormente perché tocca le corde del cuore in modo doloroso, esasperato ed infelice come per Tristano e Isotta, Orlando portato alla follia dall’amore per Angelica, Giulietta e Romeo ed altri.

Nella Divina Commedia questo sentimento è onnipresente ed è il motivo per cui Dante intraprende il suo viaggio dagli inferi fino al cielo. C’è quello che va dai sensi (inferno) allo spirito e tante altre forme: passionale, dolce e disperato, irrefrenabile (Paolo e Francesca),”Amor ch’al cor gentile ratto s’apprende” (amore che ha una forza potente ed irresistibile), “Amor ch’a nullo amato amar perdona”(amore che obbliga chi è amato ad amare a sua volta), amore mistico verso Dio “L’amor che move il sole e tutte le altre stelle”).

Nella storia della letteratura di tutti i popoli troviamo tanti poeti e scrittori che hanno esaltato questo sentimento come il dono più bello della vita ma qui mi sono limitata ad alcune citazioni.

Oggi l’amore ispira i cantautori che creano testi musicali riferiti alle varie situazioni amorose, alcuni molto belli, tanti altri banali e poco originali. Invece la musica lirica con il melodramma ha espresso largamente le emozioni d’amore con grandi autori come Verdi, Mascagni, Puccini che hanno creato capolavori come le opere Tosca, Boheme, Aida, La cavalleria rusticana ecc…

Anche nell’ambito teatrale e delle arti figurative abbiamo opere bellissime che mostrano la loro bellezza nei musei ed esprimono con le immagini il desiderio d’amore.

Negli ultimi tempi nella vita reale, l’amore sta vivendo momenti tragici perché quotidianamente sentiamo parlare di amore criminale, femminicidi, di tragici eventi che portano morte anche nelle famiglie dove questo sentimento dovrebbe regnare sovrano, lasciandoci increduli e sbigottiti.

Nell’Inno all’amore della lettera ai Corinzi si legge:

“Se ho il dono d’esser profeta
e di conoscere tutti i misteri,
se possiedo tutta la scienza
e anche una fede da smuovere i monti,
ma non ho amore,
io non sono niente.”

“L’amore non tramonta mai