“Che giornata è?” – Adriana Perillo

Quando ripercorriamo la storia vissuta dall’uomo dalla sua comparsa sulla terra ci accorgiamo che la vita ha subìto tanti cambiamenti sviluppandosi e migliorando per l’evolversi delle scoperte e delle invenzioni sempre più efficienti e geniali che ci hanno consentito di organizzare la nostra vita lavorativa e sociale al meglio possibile.

Allora le giornate erano scandite secondo i ritmi della natura, dalle stagioni o da eventi straordinari.
In tempi successivi la vita è stata sempre più movimentata, più intensa e ai nostri giorni addirittura più stressante perchè il progresso ha comportato vantaggi ma anche danni.

Quando ero bambina pensavo che un anno fosse troppo lento a trascorrere, Volevo crescere in fretta per vivere da adulta, sognavo di realizzare tante cose che nella mente erano ancora vaghe fantasie.
Oggi tutto scorre velocemente e un giorno dura poco, spesso ti sembra di non averlo vissuto.
L’anno è stato frazionato in giorni speciali e ricorrenze nei quali si ricordano avvenimenti, persone, cose.
Sono talmente tanti che in alcuni giorni si sovrappongono più eventi da ricordare, di carattere religioso, o legati a tradizioni: c’è sempre qualcosa di importante.
L’Onu, la Fao, l’Unicef, il governo, il Vaticano hanno istituito giornate commemorative internazionali, mondiali ecc. Ce ne sono per tutti i gusti e preferenze: eventi storici, sociali, politici, per le diversità, per i malati, per la scienza e l’ambiente, per la pace, genocidi, il lavoro, la memoria. Non c’è nessun mese libero.
Alcune hanno destato la mia curiosità: la giornata del sorriso, degli angeli custodi, e dei nonni, della castagna, degli insegnanti e della cioccolata: tutti nel mese di ottobre, molto affollato.!
Ma non manca la giornata del gatto, della poesia, della coppia, delle casalinghe, della lentezza, della gentilezza, della felicità, delle biciclette.
Qualcuno sa che si celebrano fratelli e sorelle, il sonno, l’Africa, gli Oceani, la segretaria, i baci, la luna, gli zii, gli automobilisti, la meteorologia?
La più simpatica giornata è quella del 6 febbraio: si celebra il caffè! Questa mi piace molto. Alla tazzina di caffè non si rinuncia mai per cominciare bene la giornata sia da soli che in compagnia perchè un caffè ”più lo mandi giù più ti tira su”, come diceva una nota pubblicità.
Credo che in un anno così intensamente vissuto arriveremo al 31 dicembre con la voglia di non ricordare neanche il proprio onomastico e compleanno.

Catacombe di Domitilla a Roma – don Pasquale Iacobone

Continua il viaggio nelle catacombe di Domitilla a Roma.

IL DECALOGO DELL’OTTIMISTA – don Emilio Zeni

Non credo che esistano formule magiche per essere dei simpatici ottimisti. All’ottimismo ci si educa. Intendiamo quello vero, cristiano, che affonda le radici su valori sicuri, su esperienze credibili, su motivazioni ragionevoli, su atteggiamenti evangelici.

La tua vita è unica e irripetibile. Vali perché vivi non per quello che hai. Il Signore “ha coronato l’uomo di gloria e splendore”

La tua vita è nelle mani di Dio che è padre. Lui “ti conduce ad acque tranquille e ti fa riposare in pascoli verdi”. Ti puoi fidare.

Hai tra le mani un grande dono: il giorno che stai vivendo. Il passato non torna, Il futuro non lo conosci. Contempla e riempi di bene la giornata che possiedi. Leggiamo nel Vangelo: “Non ti preoccupare del domani. Guardi i gigli del campo… Il padre si curerà di te”.

 Affronta con dignità le fatiche le sofferenze. Esse non hanno l’ultima parola, ma ti aiutano a conoscerti meglio. Il Qoelet ricorda che “insegna più la sofferenza che l’allegria”.

Non dimenticare che i successi e le illusioni vanno sovente insieme. Guardati dal cadere nel delirio di onnipotenza. Nel Cantico del Magnificat si legge che Dio “disperde i superbi e innalza gli umili”.

Coltiva grandi ideali, capaci di liberare l’anima e dare senso alla vita, come la pace, la fratellanza, la vittoria sulle povertà, la santità. Domenico Savio, a 13 anni, confida a Don Bosco “Voglio farmi Santo, presto santo”. E lo fu.

Riempi l’anima e il cuore di parola di Parola di Dio, prima che si riempiano di banalità. Essa ti sollecita a uscire dalle paludi della mediocrità. Se non sarà piena di Dio, la tua anima si impasterà era di cose. scrive ancora il Qoelet: “Ho fatto un bilancio delle mie ricchezze ho concluso: tutto è vanità ciò che Dio ha fatto dura in eterno”.

Disintossicarsi dalla quotidiana porzione di pessimismo e di banalità che ti somministrano notiziari, pubblicità illusorie e quant’altro la vanità televisiva raccoglie. Non si tratta di chiudere gli occhi sul male ma di aprirli sul bene che c’è. Contempla la foresta che cresce, più che l’albero che cade e al suo posto, se puoi, piantane un altro.

Recupera la tua dimensione spirituale. Rivolgetevi sovente a Dio che “veglia su quelli che lo amano fa brillare di gioia ai loro occhi”. Nella debolezza del peccato riconciliati con Lui. Ti sarà più facile riconciliarsi con te stesso e con gli altri. Ogni domenica sii fedele all’appuntamento della Santa Messa con la comunità dei credenti. Quando preghi sei al massimo della tua dignità, sei con Dio.

Ma ciò che renderà un ottimista irriducibile è la certezza che Cristo è risorto. È lui la nostra speranza. Il calvario non è solo il colle della croce, ma anche il luogo della resurrezione della Vita Nuova. Un giovane sacerdote, lucidissimo di fronte all’avanzare inarrestabile della leucemia che lo distruggeva passo dopo passo, scriveva a un amico: “se nonostante tutto sono ottimista è perché Cristo è risorto.

Siamo ottimisti!

Maria di Nazareth DA DONNA A DONNA Silvia Falcione Baradello

Maria di Nazaret

Carissima Myriam,
ti sto chiamando con il tuo nome ebraico, Maria di Nazareth, perché spesso ci dimentichiamo che tu sei una donna israelita, ebrea, per giunta palestinese. Non è molto facile essere oggi palestinesi, come non lo è stato in passato essere ebrei e forse non lo è neanche adesso.

La tua terra, il tuo popolo, oggi è diviso fra due religioni e due appartenenze etniche che non riescono a convivere, non hanno finito di soffrire. Molti di noi non capiscono perché. Le radici di questo odio sembrano altrettanto profonde quanto insensate. Entrambi credono nello stesso Dio, pur attraverso la testimonianza e la rivelazione di diversi profeti, perché Dio è solo uno.

Entrambi vivono nello stesso luogo sulla terra; potrebbero fare della collaborazione e della condivisione delle intelligenze e dei saperi, uno strumento per renderla un vero paradiso, invece non perdono l’occasione per distruggerla e per erigere muri e combattere guerre che coinvolgono anche i loro vicini confinanti. Strana e terribile può essere la natura umana, soprattutto quando si sente troppo potente, anche nei confronti di Dio.

“Perché taci mentre l’empio ingoia il giusto?” si chiede il profeta Abacuc.
Questa domanda mi ha tormentato tutta l’estate.
Il giorno dell’Assunta, ho partecipato casualmente alla processione mariana di Notre Dame de Paris, con tutta la famiglia.

Mi ha richiamato alla memoria la processione di Maria Ausiliatrice a Torino e i pensieri che quella sera mi passavano per la mente.
Sia a Torino che a Parigi la folla che camminava dietro la tua immagine era la stessa, una folle enorme, incredibilmente eterogenea e colorata anche nel senso della pelle, una persona su cinque era di colore, di vari colori e tutti erano in preghiera.

Si pregava l’Ave Maria in tante lingue contemporaneamente, alla presenza di gente proveniente da almeno quattro dei continenti del pianeta. Ho pensato che solo noi cristiani abbiamo il coraggio di camminare dietro l’immagine di una semplice donna che stringe in braccio il suo bambino, di camminare e di compiere quell’atto spirituale e pacifico per eccellenza che è la preghiera.

Pregare è un atto d’umiltà che unisce gli spiriti, che crea unità, l’unità che tuo figlio Gesù ha chiesto per l’umanità nella sua ultima preghiera al Padre prima della croce.
Ho pensato che quella folla era la rappresentazione del regno di Dio, che Gesù annuncia nel Vangelo, la dimostrazione che l’umanità può convivere e condividere la stessa strada, la stessa storia, la stessa città, lo stesso pianeta senza farsi la guerra, senza essere gelosi e invidiosi gli uni degli altri, senza essere superbi della propria presunta superiorità, etnica, culturale, tecnologica, economica o sessuale che sia.

Ho pensato che era molto bello che questo accadesse dietro l’immagine di una madre e di un bambino. Sono gli esseri umani che soffrono di più nel mondo oggi, che muoiono di più nelle guerre, più dei soldati, e se non muoiono conservano ferite profonde nel corpo e nell’anima che non sempre potranno essere rimarginate.

Sono anche le persone più marginali e discriminate, quelle che fanno più fatica a vivere, anche nelle società più moderne.
Maria, tu sei icona della femminilità, della storia femminile, di una storia fatta spesso di silenzio, di troppo silenzio.
“Perché taci mentre l’empio ingoia il giusto?”.

Questa domanda la sento come rivolta a me stessa, mentre Abacuc la rivolge a Dio. Perché taccio?
Perché le donne tacciono invece che levare la loro voce contro la guerra e contro l’ingiustizia?
Situazioni che quasi sempre non hanno voluto, non hanno cercato, ma hanno solo subìto e non hanno il potere di controllare, ma la parola questa non ci manca.
Eppure ci nascondiamo nel silenzio.
Vorrei proprio affrontare questo difficile argomento, Maria: il silenzio delle donne.

Questo silenzio che spesso lascia la nostra voce fuori dalle maggiori vicende della storia umana.
A volte nei miei pensieri emerge un vago risentimento per il silenzio cui paiono votate le donne nella storia, silenzio che tu per prima vivi nei Vangeli e che spesso viene considerata come una tua scelta.
Sono cosciente che il silenzio quasi sempre non è una scelta, ma una condizione cui le donne sono state costrette spesso con la forza e con la violenza, perché comunque la storia politica ed economica dell’umanità è una storia di potere, di scelte e di prevalenza del pensiero maschile sulla cultura umana in quasi tutte le società del mondo.

Tutto ciò risulta evidente a chiunque si impegni a studiare la storia con un minimo di onestà intellettuale. È evidente nonostante il fatto che molti uomini lo neghino ancora, soprattutto se lo studio e la cultura non sono le loro attività preferite, ma non è tanto questo che mi preoccupa.
La storia non è solo politica, non è solo economia. Mi preoccupa piuttosto il fatto che questo silenzio non sembra rompersi neppure oggi che viviamo in un’epoca in cui i Diritti Umani vengono riconosciuti e proclamati ad alta voce nel mondo non solo occidentale, dove le donne hanno acquistato pari dignità in molti campi dell’esperienza umana, a volte anche quelli nei quali non era proprio il caso, almeno a mio parere. Penso alle forze armate.

Questo silenzio dura, spezzato solo a tratti da rare nostre voci e sembra assumere davvero, oggi, i connotati di una scelta libera di molte donne.
Se il passato relega le nostre storie, individuali o collettive, tutte all’interno della sfera privata, con maggiore o minore libertà a seconda delle culture di riferimento, oggi la possibilità di una vita pubblica le donne occidentali ce l’hanno, eppure sempre più spesso noi preferiamo collocare le nostre vite ancora per la maggior parte nel privato, soprattutto le donne cristiane.

Continuano ad essere poche le donne con ruolo e potere pubblico significativo, poche anche nei Parlamenti e neppure il libero e potente popolo americano è ancora riuscito ad eleggere una presidente donna.
Poche sono le voci femminili che si levano e quasi tutte quelle significative vengono dai paesi più poveri e meno liberi del pianeta. Le più coraggiose sono oggi certamente le donne arabo-musulmane.

Dio ci perdonerà questo silenzio, Maria, quando ci presenteremo di fronte a Lui nell’ultimo giorno? Io non riesco a non sentirmi responsabile, ma non so quale sia la strada giusta per le donne oggi, nella realtà complessa che viviamo.
Sono sicura di una cosa sola.
Nessun uomo potrà indicarcela.

Solo con l’aiuto di Dio in una profonda riflessione su noi stesse, forse la troveremo.

La benedizione di Maria Ausiliatrice – don Emilio Zeni

La benedizione di Maria Ausiliatrice – don Emilio Zeni

Don Bosco, nella sua straordinaria fiducia in Maria, invocata sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani, ne aveva promosso la devozione, pensando soprattutto alle difficili circostanze in cui versava la Chiesa, assediata e attaccata dai nemici della religione cattolica. Egli stesso, oltre gli scritti, le prediche, le istruzioni per promuovere la devozione, aveva formulato una preghiera che fosse benedizione in nome della beatissima Vergine, Aiuto dei Cristiani. Ma volle, se così si può dire, che la formula della benedizione fosse ufficializzata con l’approvazione del S. Padre. Così scrisse al neo eletto Papa Leone XIII, chiedendone l’approvazione, in data 10 marzo 1878 (MB 13,489)
Beatissimo Padre,
nella tristezza dei tempi in cui viviamo pare che Dio voglia in varie meravigliose maniere glorificare l’augusta sua Genitrice invocata sotto il titolo di Maria Auxilium Christianorum. Fra i diversi argomenti avvi quello della efficacia delle benedizioni coll’invocazione di questo titolo glorioso che sogliono impartirsi in parecchi luoghi, segnatamente nel santuario a Lei dedicato a Torino. Ma affinchè tali formule siano stabilite e regolate secondo lo spirito di Santa Chiesa, il Sac. Giovanni Bosco rettore di detto Santuario e dell’Arciconfraternita ivi eretta, fa umile preghiera affinchè la formula descritta a parte sia presa in benevola considerazione, esaminata, modificata, ed ove d’uopo, corretta, perché si possa usare nell’impartire la cosiddetta Benedizione di Maria Ausiliatrice, specialmente nel Santuario a Lei dedicato in Torino. Ivi ad ogni momento affluiscono i fedeli a farne richiesta con grande incremento della pietà e spessissimo con sensibile vantaggio nelle loro miserie spirituali e corporali… Sac. Gio. Bosco.
Il 18 maggio – 120 anni fa – la formula fu approvata anche se il rescritto giunse nelle sue mani solo a metà dicembre. Ora è riportata nei libri liturgici della Chiesa ed è preghiera in uso in tutto il mondo. È il sacerdote, in quanto consacrato dal Sacramento dell’Ordine, che può benedire. Ma anche i Religiosi, le Religiose, i laici, consacrati nel Battesimo, possono usare la formula di benedizione e invocare la protezione di Dio, per intercessione di Maria Ausiliatrice, sui propri cari, sulla persone ammalate, ecc. in particolare la possono usare i genitori per benedire i loro figli ed esercitare la funzione sacerdotale nella famiglia che il Concilio ha chiamato “Chiesa domestica”.

 

Formula di benedizione con l’invocazione a Maria Ausiliatrice
Il nostro aiuto è nel nome del Signore. Egli ha fatto cielo e terra.
Ave Maria…
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova;
e liberaci sempre da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.
Maria aiuto dei cristiani. Prega per noi.
Signore, ascolta la mia preghiera. E il mio grido giunga a te.
Il Signore sia con voi. E con il tuo Spirito.
Preghiamo.
O Dio, onnipotente ed eterno,
che per opera dello Spirito Santo hai preparato il corpo e l’anima della gloriosa Vergine e Madre Maria perché diventasse una degna abitazione per tuo Figlio:
concedi a noi che ci rallegriamo del suo ricordo di essere liberati, per sua intercessione, dai mali presenti e dalla morte eterna.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
La benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo discenda su di voi (te) e con voi(te) rimanga sempre.
Amen.

Regina della pace DA DONNA A DONNA Silvia Falcione Baradello

REGINA DELLA PACE

Cara Maria,
le litanie sono una antica preghiera troppo lunga e passata di moda, ma alcune sono molto belle. Questa è la litania che preferisco Da quando ero bambina perché la pace è donna. Da quando è morto mio marito molte persone mi ripetono che devo fare pace. Il primo me lo ha detto un’ora dopo che lo avevo sepolto nel camposanto. Mi sono ribellata. Lasciami in pace ti ho detto. Cosa vuoi da me? Ho appena sepolto mio marito. Non lo vedrò più. Sarò sola davanti alla vita. E poi fare pace perché? fare pace con chi? Con Dio? no. Non ho mai pensato che fosse colpa di Dio. Con i medici che hanno tentato tutto fino all’ultimo per salvarlo? Neppure. Con lui perché era morto e ci aveva lasciati soli? Si forse si. Con lui si, ma in fondo che ci poteva fare. Mica poteva fermare la morte che lo aveva scelto.

Allora fare pace con chi? Con la morte che ci raggiungerà tutti prima o poi anche se non sappiamo quando? È il suo mestiere. Con la vita che non lo aveva tenuto stretto fra le sue braccia senza lasciarlo andare? Forse…. Con me stessa che non avevo fatto abbastanza per aiutarlo nell’affrontare la difficile malattia? Si forse anche.

Non ho ancora fatto del tutto pace con me stessa perché poi ti vengono in mente mille cose che avresti potuto fare o dire e non ti sono venute in mente e non mi sono venute perché ero terrorizzata anche io come lui. Perché la paura paralizza. La paura di non sai cosa. Non lo sai perché non puoi controllarlo. È fuori dalla tua portata. Quale pace dovevo fare? Non lo so. Di fatto non sono in guerra con nessuno e lo sono con tutto. Con ogni momento atto ricordo luogo odore immagine che mi ricorda lui che mi ricorda noi insieme qui nel mondo dei vivi. Ma si può fare pace coi ricordi? Che senso ha? Un senso ce lo ha? Non credo che sia questo il punto.

La rabbia che spesso mi assale è quella che mi fa alzare la mattina. Che mi fa andare avanti. Che mi permettere di vivere. Essere in pace adesso sarebbe bello ma sarebbe come aver cancellato tutto e averlo chiuso dietro un vetro opaco. Non voglio. Voglio vivere tutto. Con sincerità e anche disperazione se occorre voglio vivere ogni emozione e ogni sentimento. Regina della Pace, Maria. Questa è la litania che ho sempre preferito. Perché noi donne sappiamo cosa è la pace anche dentro il conflitto anche dentro il dolore anche dentro lo strazio anche dentro la guerra il supplizio la tortura noi sappiamo che la pace non è vendetta contro nessuno mai.

Ma sappiamo che la pace non è passiva. Non è immobile non è inattiva. La pace è vivere appieno anche la rabbia e il dolore e poi sciogliergli nelle lacrime. Consolarli con le carezze. Riaprire le ferite per pulirle e non farle imputridire aspettando che guariscono da sole. Fare la pace è non fare del male mai…a nessuno…vivo o morto…neppure a noi stessi. è guardare oltre…oltre la violenza per spiazzarla e stupirla col perdono e con ‘innocenza di chi ha l’anima pura come Lucia davanti all’innominato.

Come Rosa Park seduta sul sedile del bus dei bianchi. Come Vandana Shiva abbracciata a un albero da salvare. Come le suffragiste con i loro striscioni e le donne in nero e le madri di Plaza de Mano. Perché la pace non è solo un sostantivo femminile. La pace è donna, come il titolo del libro di Vandana. La pace è come Chiara in ginocchio davanti a Francesco appena spirato. Come te con in braccio tuo figlio morto crocifisso e torturato.

Perché non accada mai più. Mai più che l’uomo alzi la mano contro un altro uomo che qualcuno si inventi un nemico perché la pace non concepisce nemici. Li cancella dalla vita e dalla morte. Per sempre. La pace è pace, ma non dei sensi. È attività, perciò Gesù dice Beati gli operatori di pace. Operatori. Attivi. Nella vita e nella morte. Madre del perdono. Regina della pace prega per noi.

Amen.

Storie di donne – Luisa Vigna

Storie di donne – Luisa Vigna

Nei primi secoli del cristianesimo le donne, eremite, pellegrine, popolane e regine trovarono una propria modalità di espressione della fede in quanto riconosciute come soggetti attivi, in grado di esprimere attraverso la parola la gioia e il dolore nel rapporto con Dio.

Sul Colle Aventino a Roma troviamo la basilica di S. Sabina, eretta nel 425 sulla casa della ricca matrona del II secolo, contenente le sue reliquie assieme a quelle di altri martiri a lei contemporanei. Della santa si racconta che era una nobile romana data in sposa al senatore Valentino e che fu convertita dalla sua ancella Serapia ; quando questa fu catturata e torturata a morte intorno all’anno 120, in uno dei raduni nelle catacombe in cui i cristiani , per sottrarsi alle persecuzioni, si ritrovavano per pregare, Sabina uscì allo scoperto.

Portata davanti al prefetto Elpidio, che tentò di farla abiurare, la donna rifiutò, ribadendo la propria salda fede in Cristo. Venne quindi condannata a morte per decapitazione. Nella basilica Santa Sabina è raffigurata con libro, palma e corona, secondo l’iconografia più antica. Nella cappella laterale sinistra di Santa Sabina sono affrescate le gesta di S. Caterina, un’altra figura femminile significativa per la vita dello spirito.

Caterina, senese di nascita, venne al mondo in una famiglia numerosa il 25 marzo 1347 e a soli sedici anni entrò a far parte dell’ordine delle terziarie Domenicane o Mantellate, chiamate così per il mantello nero della penitenza e per il saio bianco, simbolo della purezza.

Stando a quanto lei stessa racconta, non frequentò la scuola eppure, da autodidatta, fu in grado di leggere le Scritture e imparò a scrivere dedicandosi inoltre ad un’intensa attività caritatevole verso gli ultimi, in un’Europa dilaniata da pestilenze, guerre e carestie. Senza porsi in conflitto con la gerarchia ecclesiastica e l’istituzione monastica, riuscì a diffondere i suoi insegnamenti teologici e le sue idee politiche.

La sua mediazione fu fondamentale nella risoluzione di situazioni critiche come il ritorno da Avignone a Roma della sede papale e la riappacificazione tra Firenze e lo Stato Pontificio. È straordinario che una donna di origini plebee riuscisse nel lontano XIV secolo farsi ascoltare su temi riguardanti la riforma della Chiesa, sollecitando principi e sovrani europei, con i quali intrattenne una corrispondenza epistolare e ai quali si rivolgeva con un tono di fermo comando, a perseguire la strada della pace.

Morta a Roma all’età di trentatré anni, è patrona d’Italia e compatrona d’Europa.

Un ricordo di Maurizio – Giovanna Colonna

Un ricordo di Maurizio, amico, cristiano, cooperatore. Giovanna Colonna

 

Con commozione e nostalgia scrivo queste poche e povere righe a ricordo del nostro amico che nessuno dimentica perché ciò che ha seminato nel tempo in ciascuno di noi con generosa abbondanza non ha ancora dato tutti i frutti.
Maurizio ha seminato il credo in Dio, in Maria e in don Bosco: l’esempio di vita di fede di Maurizio, le sue scelte, i suoi gesti ci rendono più agevole pensare e decidere come buoni cristiani e onesti cittadini.

Maurizio ha seminato valori che si chiamano cooperazione, dialogo, ascolto e ha fatto di questi valori il suo lavoro: anche noi possiamo abbattere muri, costruire ponti, inventare nuovi linguaggi.
Maurizio ha seminato impegno, coerenza, costanza e dedizione e la sua scelta per il bene comune era fondata su questi pilastri, che hanno fatto di lui un politico capace, preparato e rispettato: noi possiamo dire che crediamo nella politica perché abbiamo conosciuto un “giusto” che si è dedicato onestamente e concretamente per il nostro paese.

Maurizio ha amato la compagnia, le serate in allegria ma soprattutto ha avuto una predilezione particolare per la montagna e quando guardo una cima penso che lui è in vetta e ci aspetta per camminare ancora insieme, con gioia.
Alla sua bella famiglia, a tutti gli amici e a me stessa dico di coltivare tutto il bene che Maurizio ci ha donato per raccogliere frutti sani e maturi da regalare a coloro che incontriamo tutti i giorni.

Maria e Dante – Dante e Maria Adriana Perillo

Maria e Dante – Dante e Maria Adriana Perillo

Il mese di maggio è il tempo per eccellenza dedicato a Maria, madre di Gesù e madre dell’umanità. Da sempre è stata celebrata e venerata, anche papa Giovanni Paolo II era a lei dedicato. In quest’anno in cui celebriamo i settecento anni della morte di Dante voglio ricordare il suo canto alla Madonna, scritto nella cantica del Paradiso, recitato da san Bernardo: somma poesia, piena di commozione e ardente amore per la creatura che ha nobilitato la natura umana dopo il peccato
originale con l’incarnazione di Gesù.
Tutti conoscono questa bellissima ed altissima preghiera, per questo ricordo solo alcuni versi:

Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore
per lo cui caldo nell’eterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra i mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenzia, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontade.

Dante, infine, gode della sfolgorante e soprannaturale ed inesprimibile visione di Dio. Noi chiediamo a Maria, umilmente, che la sua misericordia e la sua benevolenza ci accompagnino nel nostro cammino di vita.

Ogni santuario è un luogo d’infinito – Emanuele Cenghiaro

Ogni santuario è un luogo d’infinito

“I santuari sono case di preghiera, luoghi fuori dal tempo ma che proprio per questo hanno la capacità di metterci, più di ogni altro, in comunicazione diretta con l’infinito, con Dio”. È una riflessione che ho sentito spesso quando mi sono trovato, anche per lavoro, a incontrare i rettori di questi speciali luoghi di culto. Nella mia diocesi, Padova, che tocca ben cinque province venete, ve ne sono tantissimi e molti con una devozione ancora viva, dai giovani agli anziani. Non a caso da noi ne abbiamo ben quattro dedicati a Sant’Antonio, forse il santo più venerato al mondo.

In questo tempo di pandemia mi ritorna alla mente il fatto che, almeno in terra veneta, la maggior parte dei santuari ha tratto origine in tempi difficili, spesso di pestilenza. Secolo dopo secolo, è ancora a questi luoghi che la gente si reca nei “propri” momenti bui per chiedere una grazia, trovare un conforto speciale, riconciliarsi con Dio e con la propria vita. Al santuario, però, si va anche nei momenti di gioia, per ringraziare, non solo per chiedere o lamentarsi!

Ma non si va in un luogo a caso: ognuno ha il proprio santuario del cuore, magari piccolo e noto solo a chi vive in quella zona. Non ci si va tutte le domeniche, come in parrocchia: è un posto speciale, una coccola privilegiata, una carezza di una mano che ricarica e incoraggia.

L’altra cosa che ho notato è che sono quasi sempre dedicati a Maria. È lei, madre premurosa, che chiama come suoi messaggeri le persone più disparate: il cavaliere ferito in guerra, il ragazzino, la giovane sordomuta… da noi, persino un ubriacone! Ma è intervenuta anche per dirimere liti o liberare dalla pestilenza. È per questo che, se a Gesù sono dedicate tutte le chiese del mondo, è nei santuari che, come alle nozze di Cana, si va da Maria e si bisbiglia, sottovoce, che è finito il vino?

Forse dovremmo rivalutare questi luoghi, non in cerca di miracoli ma per ritrovare noi stessi e la nostra fede, per rinnovare un dialogo spirituale evitando che rischi di diventare sterile abitudine. Riscopriamo i santuari: se non ci fossero, bisognerebbe inventarli!